Allevamento api regine nel Bolognese
L’allevamento intensivo di api regine costituisce, fin dagli ultimi decenni del secolo scorso, una notevole caratteristica dell’attività apicola in provincia di Bologna. Attualmente una decina di allevatori produce ogni anno, sotto il controllo sanitario dell’Istituto Nazionale di Apicoltura, 25.000-30.000 regine di Apis melli/era ligustica Spino destinate tanto al mercato
interno quanto a quello estero. Per l’allevamento viene generalmente seguito il metodo Doolittle con solo modesti adattamenti. Ulteriori progressi potranno essere assicurati da una fattiva collaborazione fra centri di ricerca e allevatori sull’esempio di quanto è avvenuto in altre nazioni.
In evidenza la provincia di Bologna
Nel complesso panorama apicolo italiano la provincia di Bologna spicca in particolare per l’allevamento intensivo di api regine. Infatti gli allevamenti del Bolognese costituiscono nel loro insieme una realtà produttiva di valore non solo nazionale, ma internazionale, mentre quelli esistenti in altre provincie dell’EmiliaRomagna e in altre regioni italiane, benché abbiano sovente notevole validità tecnica, non rappresentano che situazioni poco più che episodiche o isolate.
Tale specializzazione apicola ebbe origine circa un secolo fa, poco dopo l’introduzione dell’arnia a favo mobile e insieme con il diffondersi dell’apicoltura razionale, a causa dei riconosciuti pregi dei ceppi locali di Apis mellifera ligustica Spin., pregi che spingevano molti apicoltori, in Italia e all’estero, a sostituire le proprie api con stipiti bolognesi di ape italiana. Dal commercio di sciami e di famiglie tratte dagli alveari villici, altrimenti destinati all’apicidio, si passò a quello di sciametti di poche centinaia di api, per giungere infine, sotto lo stimolo delle crescenti richieste e sull’esempio di quanto veniva realizzato oltre oceano verso la fine del secolo scorso, a quello delle sole regine espressamente allevate per questo scopo.
Fra coloro che in questa fase pionieristica maggiormente si adoprarono per lo sviluppo e l’affermazione delle nuove tecniche, meritano di essere ricordati gli apicoltori Lucio Paglia, Enrico Penna, Giovan Battista Piana e Enrico Tortora, ai quali si deve in pratica la nascita dell’allevamento intensivo di api regine nel Bolognese. Mentre all’inizio del nostro secolo molte delle regine commercializzate erano ancora raccolte da bugni villici, già negli anni venti tutta la produzione venduta in Italia e soprattutto all’estero proveniva da relativamente pochi allevamenti specializzati.
Passi avanti
Tale situazione si è protratta anche nei decenni successivi, senza che si verificassero sostanziali cambiamenti. Data l’importanza assunta da questa attività, nel 1951 veniva emanato un decreto ministeriale riguardante la “Disciplina dell’allevamento di api regine destinate all’esportazione”, il quale istituiva l’Albo Professionale degli Esportatori di Api Regine e sottoponeva gli impianti al controllo sanitario da parte dell’Istituto Nazionale di Apicoltura di Bologna, Istituto che è anche sede dell’Associazione Nazionale Allevatori di Api Regine.
Oggi, circa una decina di allevatori produce nella zona 25.000-30.000 regine all’anno in buona parte destinate a paesi stranieri, Inghilterra, Francia e Nord Africa soprattutto. Anche il mercato interno richiede ogni anno un numero sempre maggiore di regine selezionate, tanto che non sempre è possibile far fronte a tutte le richieste. Accanto agli allevamenti specializzati esistono inoltre nel Bolognese quelli di numerosi apicoltori che si producono da sé la quasi totalità delle regine necessarie per il proprio apiario. Dal punto di vista economico non deve essere infine trascurato il fatto che l’allevamento delle api regine ha favorito, per ovvia affinità tecnica, il parallelo sviluppo della produzione intensiva di gelatina reale.
La tecnica di allevamento
La tecnica di allevamento delle api regine, derivata dal metodo Doolittle, è praticamente uniforme in tutta la provincia anche se nelle singole operazioni vengono adottati accorgimenti particolari dettati dalla diversa esperienza personale. Ogni allevatore procede individualmente ad un’opera sistematica di selezione massa Ie dei ceppi di api da destinare all’allevamento, basandosi sull’osservazione per più anni di ovideposizione, laboriosità, produzione, tendenza alla sciamatura, mansuetudine ed eliminando, senza indugio, le regine che non forniscono risultati soddisfacenti.
didascalia immagine: Giovani larve appena trasferite con una piccola quantità di gelatina reale in cupolini di cera per l’allevamento intensivo di api regine.
Anche i caratteri morfologici, e in particolare dimensioni delle regine e colore, vengono considerati con attenzione. Si tratta di una selezione basata su metodi empirici, ma che, grazie all’abilità e alla costanza degli apicoltori bolognesi, ha permesso di ottenere una popolazione locale di api di aspetto relativamente uniforme e con standard di rendimento elevati. All’inizio della stagione, nel mese di aprile, le famiglie prescelte vengono trasferite dai quartieri di selezione alle, postazioni di allevamento, dove verranno
utilizzate in parte per ricavare le larve destinate a diventare regine e in parte per fornire i fuchi necessari alla fecondazione delle regine medesime. In generale gli allevatori si preoccupano di evitare gli inconvenienti della consanguineità, operando con ceppi di diversa provenienza oppure eliminando mediante trappole i fuchi nati negli alveari da cui vengono prelevate le larve.
L’innesto di larve
L’allevamento delle regine inizia con il trasferimento o innesto di larve da operaia, aventi non più di 36 ore di vita, in cupolini o fondini di cera del diametro di 8 mm, contenenti una piccola quantità di gelatina reale (fig. 1).
I cupolini sono incollati in serie di 8-12 su listelli o stecche di legno che vengono sistemati in appositi telaini (fig. 3) e inseriti negli alveari di allevamento (fìg. 2). Questi ultimi sono costituiti da famiglie popolose, dotate di regina molto prolifica e contenute in arnie particolari, le quali sono divise in 2 settori mediante una rete escludi-regina. Nel settore più grande opera la regina, in quello più piccolo è sistemato il telaino con i cupolini insieme a 2 favi con covata giovane.
didascalia foto: celle api regine
Fig. 2 – Batteria di alveari per l’allevamento intensivo di api regine sistemati in un apposito padiglione che consente di operare indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.
Fig. 3 – Telaino fornito degli appositi incastri su cui sono state sistemate le stecche con i cupolini dopo l’innesto delle larve.
Fig. 4 – Celle reali in diversa fase di sviluppo: in alto le celle sono già opercolate, in basso le operaie stanno ancora nutrendo le larve.
L’imbozzolamento
I cupolini vengono gradualmente trasformati dalle operaie in celle reali complete e le larve vengono abbondantemente nutrite con gelatina reale (fig. 4). Dopo 4 giorni dal trasferimento, lo sviluppo larvale è completo e si ha l’imbozzolamento, accompagnato dall’opercolamento della cella.
didascalia foto: nuclei di fecondazione
didascalia foto: ape regina
Fig. 5 – Batteria di nuclei per la fecondazione
di api regine.
Fig. 6 – Regina di Apis rnellifera ligustica
Spino appena sfarfallata.
La nutrizione dell’ape regina
Al 120 giorno, poco prima dello sfarfallamento, ogni cella reale viene staccata dal supporto e inserita in un nucleo per la fecondazione, il quale è costituito da una piccola famiglia di api orfana, contenuta in un’arnietta di ridotte dimensioni: ogni nucleo occupa normalmente 2-4 favetti, ciascuno pari a circa mezzo favo da nido (fig. 5). La cella reale viene facilmente accettata dalle api operaie che, avvenuto lo sfarfallamento (160 giorno dalla deposizione dell’uovo), provvederanno alla
nutrizione della nuova regina (fig. 6). Seguono il volo per l’accoppiamento (3-7 giorni dopo lo sfarfallamento) e, trascorsi 3 giorni, l’ovideposizione che consente una prima valutazione della fecondità delle regine. I soggetti giudicati idonei sono così pronti per essere inviati, nelle apposite gabbiette con candito e api accompagnatrici, agli apicoltori per l’inserimento nell’alveare definitivo.
Considerazioni e prospettive
L’elevato numero di api regine esportate ogni anno e le crescenti richieste del mercato italiano sono indubbiamente indici della vitalità e dell’elevato livello produttivo degli allevamenti della provincia di Bologna. In questo quadro abbastanza soddisfacente non mancano però motivi di preoccupazione, soprattutto per quanto
riguarda il futuro di questa attività. Le difficoltà esistono sia a livello organizzativo sia a livello tecnico.
Si deve innanzitutto sottolineare che l’allevamento di api regine richiede ottime conoscenze apistiche, lunga esperienza e moltissimo impegno. L’apicoltore che si dedica a questa specializzazione, per poter ottenere un reddito adeguato, è vincolato durante tutta la buona stagione, dalla seconda metà di aprile ai primi di ottobre, ad un calendario di lavoro molto rigido che non consente interruzione e non lascia giornate di libertà. Per questi motivi gli allevatori bolognesi stentano sovente a
trovare giovani collaboratori e si deve purtroppo constatare che rinomati allevamenti di regine mancano di nuove leve disposte a raccogliere il prezioso patrimonio di conoscenze e di esperienza frutto dell’appassionato lavoro di decenni o addirittura di più generazioni.
Altre difficoltà sono dovute alla concorrenza sui mercati esteri conseguente alle accresciute difficoltà burocratiche per l’esportazione, ma soprattutto allo sviluppo assunto dagli allevamenti di regine in numerose nazioni, tra cui ad esempio V.S.A., U.R.S.S., Romania, Cecoslovacchia, Germania e Francia. In questi paesi il problema della produzione di regine è stato affrontato con larghezza di mezzi e con l’intervento di istituti di ricerca, i quali hanno fornito agli operatori pratici ceppi altamente
produttivi di razze locali di api o addirittura di A. m. ligustica, ceppi ottenuti mediante accurata selezione genetica e con l’impiego di tecniche di avanguardia, come l’inseminazione strumentale.
In Italia, al contrario, nulla è stato fatto dal punto di vista scientifico per migliorare le tecniche di produzione e le caratteristiche delle nostre regine. L’esempio degli allevatori della provincia di Bologna, che unicamente con le proprie forze riescono ad imporsi anche in paesi più organizzati, dovrebbe far meditare i responsabili
della nostra apicoltura sulla necessità di difendere e migliorare ulteriormente il prezioso patrimonio biologico costituito dall’ape italiana.
Franco Marletto e Aulo Manino, Istituto di Entomologia agraria e Apicoltura – Università di Torino, tratto da L’apicoltore moderno 69, 49-53 (1978).
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